ARTE MARZIALE: FILOSOFIA, ASCETISMO, SPIRITUALITÀ. LA VIA DEL GUERRIERO DI PACE DI LUCA MORO

PROLOGO

Voglio spiegare perché è importante per me la seguente relazione di mio figlio Luca Moro, che tratta sì di arti marziali, ma che in realtà descrive la straordinaria capacità di mio padre, suo nonno, di essere un pacificatore di eccellenza e cioè “un guerriero di pace” quindi un qualcuno che è talmente saggio, sapiente ed in armonia col cosmo da potersi permettere di vincere senza combattere, senza armi e senza violenza. Tra le molteplici qualità di Aldo Moro questa spicca e riluce ed io ne sono molto fiera.

Aggiungo che le arti marziali si chiamano arti perché hanno una tradizione millenaria, seguono un codice d’onore (simile in qualche misura al codice cavalleresco medievale che imponeva ai cavalieri di difendere le vedove, gli orfani ed i deboli); codice di tipo spirituale e non soltanto un esercizio fisico quanto un ininterrotto studio mentale ed animistico di essenza e significato. Quindi fisico sì, ma spirituale al tempo stesso. Le arti marziali non prevedono che in cinque si picchi uno disarmato, ma semmai che uno si batta contro cinque. L’arte prevede un livello di superiore bravura proprio perché l’arte in quanto tale è più raffinata, più precisa, più efficace. Un vero “frequentatore di arti marziali” non è lo scatenato e vanaglorioso membro di un branco, ma un saggio praticante di una disciplina difficilissima, il cui apprendimento dura tutta la vita.

(Infatti la violenza in sé, a maggior ragione quella del branco, non è mai espressione di forza e picchiare un mite a morte è, oltre che orribile, estrema prova di vigliaccheria. Al contrario l’intervento del mite che si sacrifica per aiutare un amico è prova di estremo coraggio e di eroismo, che è prerogativa di un vero artista marziale. E sono molto contenta che il Presidente della Repubblica abbia dato a Willy Monteiro Duarte la medaglia d’oro al Valor Civile alla memoria).

Anche se questa arte è nata come strumento di guerra, non c’è violenza nell’anima ma solo nel movimento, anche nei combattimenti più duri. Un maestro di arti marziali è in pace con sé stesso e quindi con il cosmo e non c’è cattiveria in lui. È un uomo di pace. Lo scopo di questa arte non è tanto vincere quanto esprimere tutto quello che si è imparato in ogni movimento ed in ogni azione del corpo e dello spirito. Il fine è imparare a combattere per non dover combattere, esattamente quello che faceva Aldo Moro che era sempre in pace, pur difendendo i deboli e la verità, cosa tanto pericolosa quanto estrema perché lo poneva contro i poteri forti. La storia ce lo dimostra.

 

MARIA FIDA MORO

 

 

 

ARTE MARZIALE: FILOSOFIA, ASCETISMO, SPIRITUALITÀ.

LA VIA DEL GUERRIERO DI PACE

DI

LUCA MORO

L’arte marziale è principalmente conoscenza. Conoscenza dell’uomo e dei suoi mezzi terreni. Conoscenza del mondo – in cui l’uomo vive ed agisce. Conoscenza degli elementi (inscindibili dal pianeta), conoscenza del cosmo in cui i pianeti sono inseriti, conoscenza della vita che tutto comprende ed avvolge.

Questo tipo di conoscenza (se così si può dire) è una conoscenza antica, talmente antica da risultare – paradossalmente – sempre attuale, sempre veritiera ed applicabile, sempre nella Verità.

Ed è questo essere nella Verità che permette di travalicare il tempo come noi lo conosciamo e di riportarlo ad essere ciò che realmente è cioè un inganno della mente umana. Inganno che travolge ogni cosa facendoci sentire fragili e deboli. Inganno che scompare alla luce di una Verità, alla luce della Verità che mette l’uomo al centro del cosmo (al quale è profondamente ed inscindibilmente legato) riportandolo nell’assoluto e nell’eterno essendo egli parte di una vita che non ha avuto inizio e non avrà fine.

L’arte marziale è dunque conoscenza di vita, è conoscenza della vita. Vita intesa nel suo significato più alto e più ampio. Vita che è in ognuno ed in ogni cosa, vita che è ognuno ed ogni cosa.

Vita che è sinonimo di Verità. Vita il cui innato ed intrinseco moto spinge verso la vita stessa, ampliando sempre più la conoscenza di essa.

Nella vita non c’è morte, nella Verità non c’è menzogna. È questa, a mio parere, la chiusura di un cerchio che parla di armonia degli opposti, è trascendere la dualità, è essere nell’unità: l’unità nella Verità.

È il compimento – ed il fine ultimo – del passaggio nella esistenza umana. Riscoprire la vita attraverso la vita. È l’apoteosi del percorso terreno. È un mistero che, fortemente, vuole essere svelato.

È un segreto che allo stesso tempo è celato e manifesto. È, in un certo senso, come il susseguirsi delle stagioni. È come l’inverno che porta in sé, silenziosamente, la promessa di una primavera.

È la certezza, assoluta (se ancora se ne volesse avere prova…), che alla fine del cammino torna, ancora, la vita.

È la promessa di un’eterna e radiosa primavera che luminosa splende (ed attende fiduciosa) nel cuore di ogni essere umano.

Un’attesa che non teme lo scorrere del tempo poiché alla luce dell’eternità il tempo non esiste più. Alla luce dell’eternità il tempo (che tanto intimorisce l’animo umano) non è mai esistito.

L’eternità è un unico, immenso, illimitato momento presente.

È vita, è Verità, è amore, è luce.

L’arte marziale porta alla profonda conoscenza di sé. Conoscere se stessi – pienamente e profondamente – è molto più che essere saggi, è aver trovato la chiave dell’illuminazione, è essere un maestro. Superare le proprie paure avendo il coraggio di chiamarle con il loro nome, questa è maestria. Svincolarsi da legami ed attaccamenti che increspano le acque del fiume dei nostri pensieri, questa è maestria. Lasciare andare il passato ed essere così finalmente liberi e leggeri è maestria, è conoscenza.

La conoscenza non è acquisire nozioni, la conoscenza (pura) è sapere chi siamo veramente. E sapere chi siamo veramente potrebbe fare paura, potrebbe creare grande sgomento.

La piccolezza terrena dell’animo umano si nasconde dietro la paura della perdita, della mancanza, della morte.

A mio giudizio questa è una grande menzogna che ci fa comodo di raccontare a noi stessi.

Noi abbiamo paura dello sconosciuto: abbiamo paura della vita, non della morte. Abbiamo paura di assumerci la responsabilità di poter vivere, di saper vivere, accettando la conoscenza che dichiara chi siamo veramente.

Ci vuole coraggio, ci vuole fiducia (un atto di fiducia estrema), ci vuole addestramento (che dura letteralmente secoli, secondo il nostro computo del tempo), ci vuole tenacia, ci vuole decisione, ci vuole una grandissima immensa forza interiore per poter mantenere fisso e stabile, sicuro ed in equilibrio, il pensiero chiaro e luminoso di chi siamo davvero nel profondo.

L’arte marziale insegna la conoscenza di sé attraverso lo studio del combattimento. Combattimento che altro non è che una parafrasi della vita terrena.

Imparare a gestire situazioni di grande stress senza che la paura prenda il sopravvento. Se lasciamo spazio alla paura c’è ben poco che si possa fare…

Entro certi limiti il corpo umano può sviluppare una capacità di mantenere un’elasticità ed una fluidità nei movimenti nonostante gli shock e lo stress a cui viene sottoposto nell’ambito del combattimento. E queste capacità si possono sviluppare e migliorare in anni di addestramento.

Ed uso qui la parola addestramento e non allenamento a ragion veduta.

L’allenamento è principalmente quello fisico (sportivo se vogliamo) il quale porta a sviluppare un tipo di capacità come ad esempio la forza, la resistenza, l’esplosività, l’equilibrio, la mobilità articolare… L’addestramento, invece, porta a sviluppare abilità come ad esempio reazioni a determinati input che in una condizione naturale (cioè senza un lavoro specifico atto a creare tali abilità) il corpo non farebbe mai.

Inoltre queste abilità vanno continuate ad addestrare sempre sotto un carico di stress mano a mano più alto.

Poiché il corpo deve saper riconoscere quegli input in una situazione di grande disagio ed imparare a convivere con quella fase di crisi ed in quella fase di crisi riuscire a rispondere adeguatamente.

Ma tutto questo assume un valore piccolissimo se non si è in grado di riportarlo, di trasportarlo ad una realtà quotidiana.

La sicurezza che deriva dall’accrescere l’abilità del combattimento deve essere un mezzo per affrontare le difficoltà quotidiane.

Il fine ultimo – per come la vedo io – non può e non deve essere solamente il padroneggiare un sistema di combattimento.

Il fine ultimo è sì imparare a combattere, ma per non dover combattere (mai).

Il combattimento è uno studio, è una fase, è – come ho già detto – una parafrasi della vita.

Il guerriero più forte è colui il quale sa cedere dove altri si impongono con rigidità. C’è più forza (energia) nella mitezza e nella quiete che nella rabbia e nel caos.

È molto più difficile mantenere l’equilibrio all’interno di sé piuttosto che lasciarsi andare in preda ad ogni emozione.

Lo studio di un’arte marziale può essere visto, interpretato e praticato a vari livelli. Da livelli più superficiali e tangibili a livelli più profondi ed impalpabili.

La parte esterna, cioè quella più materiale e tangibile, più semplice da individuare, è appunto solo una parte.

Il fondamento della ricerca di quello che potrebbe essere definito cammino iniziatico e pratica ascetica parte dall’interno dell’essere umano per poi arrivare a manifestarsi all’esterno.

La manifestazione esterna è il risultato di anni di ricerca e di pratica.

“Come è in alto così è in basso, come è dentro così è fuori”, Ermete Trimegisto (personaggio famosissimo, grande Maestro dell’antichità, identificato anche come il Dio egizio Thoth, secondo la tradizione fu l’autore delle Tavole Smeraldine ed anche l’architetto della Grande Piramide di Giza).

In questa frase tanto ermetica quanto illuminante è raccontato (se vogliamo è svelato) ciò che pochissimi riescono a raggiungere.

E siccome la Verità è una sola e la conoscenza pura è altresì Verità mi tornano in mente, in questo momento, le parole di Lao Tzu1 (padre del taoismo che diceva nel Tao Te Ching – libro della via e delle virtù) “Più lontano si va e meno si apprende per cui l’uomo saggio non cammina e arriva”.

Entrambi questi maestri rimandano ad una ricerca interiore che conduce – inevitabilmente – ad una rivelazione esteriore.

Gli stili di Kung Fu definiti “interni”2 sono – non a caso –  stili taoisti cioè fondano la loro pratica sui principi filosofico spirituali del taoismo.

Quello che interessa me, in questo contesto, non è di prendere in  esame uno stile piuttosto che un altro, analizzandone le caratteristiche tecniche e filosofiche, ma bensì sono interessato a ciò che unisce e non a ciò che divide: a ciò che riconduce ad un principio armonico di unità.

Questo principio armonico di unità rimette l’uomo nella sua giusta posizione all’interno del cosmo esprimendo il legame ineffabile della solidarietà, naturale e sovrannaturale, al tutto.

In questo verso si muove la mia ricerca.

Ci sono alcune cose importanti che mi sento di dover aggiungere.

La conoscenza profonda di sé rivela e mette alla luce le paure ed i lati oscuri del proprio carattere.

Così facendo ci si trova di fronte al proprio peggior nemico.

Un nemico che rischia di essere imbattibile perché conosce a perfezione ogni punto debole e sa come usarlo a suo proprio vantaggio.

Nell’antichità i Ninja (che a dispetto di ciò che viene comunemente raccontato erano uomini molto spirituali) si addestravano a saper gestire la paura. Si addestravano a non lasciare che la mente ed il corpo fossero in balia della paura.

Saper dominare questo istinto primordiale è alla base del percorso marziale.

Il combattimento è una questione di profonda calma.

Per quanto possa sembrare un controsenso, è una questione di pace.

Essere in pace con se stessi, essere in armonia con ciò che ci circonda. Si combatte con il proprio avversario non contro di esso.

I movimenti che facciamo sono la reazione che scaturisce naturalmente dagli attacchi del nostro avversario.

È la messa in pratica del principio filosofico di “non azione”.

L’azione senza azione.

Non c’è una preorganizzazione dei movimenti – non ci può essere, non c’è il tempo di poterlo fare – bisogna imparare ad essere adattabili e mutevoli come l’acqua che dovunque vada trova sempre il suo spazio.

Gli elementi intorno a noi hanno molto da insegnare.

Il pianeta che (indegnamente) abitiamo ha molto da insegnare.

Il cosmo e le galassie hanno molto da insegnare.

Chi è in grado di ascoltare ed apprendere questi insegnamenti così preziosi?

Grandi maestri, uomini molto saggi, vissuti sulla terra, in un tempo assai lontano, avevano appreso i “segreti del cosmo”, avevano svelato i misteri del legame tra l’uomo e le stelle (…”Come è in alto così è in basso”…) ed alcuni di questi antichi uomini saggi hanno racchiuso parte di questa conoscenza in pratiche spirituali, dando vita ad un percorso ascetico, in cui lo studio della lotta raggiunse un livello – per così dire – sovrannaturale.

Il fine non poteva e soprattutto non voleva essere la guerra.

Il fine ultimo era l’antitesi assoluta della guerra.

Il fine ultimo e, se vogliamo, unico era la via della pace.

Una pace assoluta che armonizza mente e cuore nell’unità.

Dunque il modo migliore di combattere è non combattere.

Questa è una grande Verità.

Chi è in grado di raggiungere un livello così alto di equilibrio spirituale, chi raggiunge una comprensione reale di unità cosmica è, davvero, un “uomo universale” (universo=verso l’uno, verso l’unità). Ed un “uomo universale” è (se vogliamo portare questa umana realizzazione, sminuendola, lasciandogli una connotazione terrena, in un contesto marziale) imbattibile.

Quando ci si eleva ad un livello spirituale così sublime diventa questa una condizione naturale dell’essere.

La vita (intesa nella sua massima espressione) assume un’altra connotazione, la connotazione di una nuova – meravigliosa – vita.

Cambiano tutti i paradigmi, cambia la percezione della realtà.

L’È della vita (Isness in inglese)3 assume un valore assoluto.

Non ci sono più dubbi, incertezze, timori e paure.

Il passato è stato completamente bruciato (quindi purificato).

I vincoli e le catene che imprigionano e limitano l’animo umano non esistono più.

L’araba fenice che si erge gloriosa e luminosa dalle proprie ceneri ha fatto proprio questo. Ha avuto il coraggio e la determinazione di abbandonare tutto, di bruciare ogni cosa – compresa se stessa – lasciando per sempre il passato insieme a tutto il conosciuto per fare un unico, decisivo, grande (illimitato sarebbe più corretto) passo verso lo sconosciuto.

Rendendo così conosciuto lo sconosciuto e realizzando una nuova vita.

Questo cammino è un percorso di comprensione. Non si raggiunge un risultato simile attraverso degli esercizi.

È una pratica interiore. È risvegliare la propria coscienza.

Non c’è un tempo prestabilito (non c’è il tempo!).

Può avvenire in un istante o in cento milioni di anni, sarà sempre il momento giusto.

Anche perché trascendendo la dualità, in quell’attimo splendido e meraviglioso, lo scorrere del tempo cessa di esistere e l’eterno e l’illimitato sono (finalmente) a portata di mano.

Ed ogni cosa è vita, ogni cosa è Verità.

Tutto è nell’unità.

L’unico limite siamo noi con le nostre paure e con tutto ciò che imprigiona i nostri pensieri.

Quando saremo abbastanza coraggiosi, decisi e focalizzati e, come l’araba fenice, bruceremo tutti questi impedimenti, saremo finalmente liberi.

Dipende solo da noi quanto fardello vogliamo portare sulle nostre spalle e quanto siamo disposti a lasciare andare.

È l’atteggiamento mentale che abbiamo a determinare il tutto.

Solo noi possiamo riuscire a vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto ed a percepirne l’abbondanza a livello emozionale.

Quando saremo capaci di farlo, inizieremo a liberarci del nostro passato ed avremo davvero intrapreso il cammino di un maestro.

È solo una questione di atteggiamento.

Sembra semplice…

Ad onor del vero i grandi maestri dicono che è semplice.

È la mente ad essere complicata. Vorremmo essere liberi da tanti pesi, ma ci viene molto difficile lasciarli andare.

E così facendo teniamo stretta a noi la rabbia, l’odio, la mancanza e non c’è spazio per la gioia, l’amore, l’abbondanza.

La mente fa resistenza come fa resistenza il corpo.

Adesso mi spiego.

Nell’arte marziale che pratico, che si chiama Wing Tchun (o Wing Chun…)4, che è uno stile di Kung Fu (quindi proveniente dalla Cina) di ispirazione taoista, si studia il combattimento a cortissima distanza. Questo significa che ci si trova ad affrontare il proprio avversario a molto meno di 50 cm da lui.

Questo può essere un problema e/o un vantaggio, dipende dai punti di vista (…atteggiamento…).

Fatto sta che a quella distanza è tutto molto pericoloso e la possibilità di sbagliare è notevole.

(Ci tengo a sottolineare che a qualunque distanza ci si trovi da un avversario, che vuole farti del male, c’è rischio e la possibilità di sbagliare in combattimento è sempre grande. Detto questo, a cortissima distanza aumenta la pericolosità, in quanto i colpi di gomito, le testate, le ginocchiate sono più facilmente praticabili e le parti vitali come gli occhi e la gola o i genitali sono più facilmente raggiungibili).

Nello studio di questa arte marziale (che essendo uno stile taoista è a tutti gli effetti uno stile interno, cioè pone le sue basi e fondamenti su elementi più profondi e meno manifesti rispetto, ad esempio, alla forza fisica) si pratica un esercizio – chiamiamolo così – che prende il nome di Chi Sao (viene tradotto come “mani appiccicose”) dove attraverso il contatto delle proprie braccia con quelle dell’avversario si sviluppa, si costruisce una capacità propriocettiva5 di interpretazione e di subitanea risposta agli input (colpi…) che arrivano.

Questo è possibile grazie al corretto utilizzo della pressione.

In un certo senso è come se le braccia fossero delle molle che vengono caricate, quando in un ambito dinamico queste molle trovano un  vuoto di pressione subito, elasticamente, colpiscono.

È un po’ come tenere un pallone da basket sott’acqua al mare, se lo carichiamo giù e lo lasciamo poi andare dobbiamo fare attenzione perché schizzerà via proprio come una molla.

Ho dovuto spiegare tutto ciò per dire quanto segue.

Per imparare queste risposte propriocettive e per “settare” il corpo affinché impari ad interpretare – solo e soltanto – attraverso il contatto e di conseguenza a muoversi correttamente su vari tipi di input ci vogliono anni. Anche perché il combattimento libero non è preordinato e sarà sempre differente per cui bisogna sviluppare un vero e proprio linguaggio motorio che possa subentrare automaticamente, dati alcuni presupposti.

Per arrivare a questo il corpo va addestrato, proprio come si può addestrare la mente ad avere pensieri sempre più illimitati.

E come la mente, il corpo si ribella. Dove, ad esempio, trova un blocco di rigidità, la risposta più grezza e grossolana che darà (il corpo) sarà di irrigidirsi ancora di più, invece di cedere elasticamente come un giunco e di mutare istantaneamente forma come l’acqua.

La nostra parte emozionale funziona esattamente così.

C’è un grande maestro che dice ai suoi allievi: “Conquista te stesso”.

Questa è la chiave! Conquistando il nostro atteggiamento possiamo permetterci di fare cose straordinarie.

Conquistando il nostro atteggiamento possiamo, davvero, essere degli esseri straordinari!

La via spirituale ed il percorso dell’arte marziale sono davvero molto vicini. Non a caso molti monaci combattenti prendevano la via dell’ascetismo.

Un completo cammino di ricerca del sé attraverso l’arte marziale per essere equilibrato deve prevedere una parte spirituale.

La parte spirituale è quella che ci ricongiunge alla Verità della vita e colma tutte le lacune.

Ovviamente si può praticare – avendo anche ottimi risultati pratici – un’arte marziale senza occuparsi dell’aspetto spirituale, ma certo mancherà sempre qualcosa.

D’altro canto la scelta dello spirituale non è da tutti pur essendo lì per tutti.

Ognuno ci arriva al proprio momento giusto. E quando vi giunge è perché è finalmente pronto ad intraprendere quel cammino.

Di fatto, comunque, mi sento di dover dire che lo spirituale ricomprende in sé ogni cosa. È come se, metaforicamente, fosse un grandissimo immenso vuoto in grado di essere, a livello potenziale, ogni cosa.

Non è una questione di fede religiosa, spesse volte (purtroppo) le fedi diverse tendono a dividere.

Tendono a dividere perché si perde la visione di unità che invece permetterebbe appunto di vedere le matrici comuni, i concetti fondamentali ovverosia la spiritualità.

Saper riconoscere nell’uomo una grandezza spirituale che rende tutti uguali, ma allo stesso tempo, tutti diversi; saper vedere questa energia che è vita, che dà vita; saper trascendere le diversità ed i sentimenti che dividono – impedendoci la possibilità di percepire l’unità – è grande saggezza, è illuminazione, è saper (in ogni momento) rendere omaggio alla Verità della vita riportando tutto ad unità; è il senso vero del vivere, è l’arte della pace!

“Ma l’uomo è dignità e moralità; e reca in sé la molla stupenda della libertà, l’adesione alla verità, il senso della giustizia vera per tutti”.

Queste sono le parole di un uomo saggio; un mite, un uomo straordinariamente buono e capace di effondere intorno a sé un grandissimo, immenso amore.

“Lavoro e vita s’identificano; s’identificano nell’amore ch’è pienezza della vita, prova perennemente superata, dolore perpetuamente vinto nella gioia dell’amore”.

Un uomo grande, talmente grande da farsi piccolissimo per il bene del prossimo, per dare a questo mondo un aspetto migliore. Affinché tutti potessero godere di giustizia, equità, uguaglianza, pace e Verità.

Capace di compiere il sacrificio estremo, il sacrificio più estremo! per aver tenuto fede ai suoi ideali di giustizia, di pace, di amore e di Verità.

Questo grande uomo, un uomo innocente ed amico, è stato un costruttore di pace lungo tutto l’arco della sua vita. Un costruttore di pace, un  guerriero di pace!

Quest’uomo le cui idee continueranno a vivere in eterno, idee che sono energia e questa energia (di amore) è e sarà sempre molto – ma molto – più forte dell’odio che lo ha voluto morto – e che lo ucciderebbe ancora se dovesse tornare – quest’uomo di pace era (è) mio nonno e si chiama Aldo Moro.

Uno straordinario insegnante, un grande, grande Maestro.

Lui che giovanissimo professore universitario (il più giovane cattedratico in Italia) aprì una delle sue primissime lezioni di Filosofia del Diritto (all’Università di Bari) dicendo: “Ogni persona è un universo”, queste cinque parole ci danno la misura della sua grandezza spirituale.

La sua bontà sarà sempre ricordata, le sue idee saranno sempre ricordate, la sua vita sarà sempre ricordata!

La sua vita, non la sua tragica morte.

Ed io voglio proprio parlare di lui in questo contesto che riguarda le arti marziali. Poiché non esiste un guerriero più forte di quello che applica l’arte della pace.

“…Io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore; nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore…” (“Il testamento di Tito” di Fabrizio De André).

Chi è in grado di saper vedere nel cuore di ognuno – anche nel cuore (…ammesso che lo abbiano…) di quelli che lo vogliono morto ad ogni costo – quella scintilla divina di luce e di amore è un essere saggio! Ha compreso cose che l’umana, terrena comprensione, quasi, non può sperare di poter arrivare a comprendere nell’arco di un’intera vita.

Ha trasceso l’ambito duale e terreno.

È letteralmente su di un altro piano.

I grandi uomini che nella propria vita hanno compiuto il cammino del guerriero di pace saranno sempre ricordati.

Il loro operato resterà, le loro idee resteranno.

Come rimane, stabile sicura e silenziosa, la grande piramide d’Egitto a ricordare al mondo che nel cuore degli uomini c’è qualcosa di più grande, di ciò che li fa sentire piccoli e fragili; che la vita è ancora tutta da scoprire e che (come disse Aldo Moro) “la verità ha certamente per sé l’avvenire”.

Concludo questo mio scritto riportando un pezzo di una delle lezioni di Filosofia del Diritto di mio nonno Aldo che secondo me racchiude in sintesi tutto ciò di cui ho parlato in queste poche pagine.

Ritengo che sia, oltre che doveroso, fondamentale ed importantissimo tramandare, a chi verrà dopo di noi, gli insegnamenti preziosissimi di un uomo universale che ha saputo vincere la morte e, come l’araba fenice, ha trasceso ogni dolore ed ora cammina nella bellezza della vita eterna. Guerriero di pace per il quale la via sarà sempre libera.

“…Può dirsi allora in conclusione che questa, che vorremmo chiamare fede nella gioia che traspare in ogni dolore umano nella vita etica, questa credenza, questa attesa ansiosa della verità, della bontà, del valore e perciò della razionalità della vita è la sola e vera molla potente che spinge all’azione; che dà la possibilità di accettare e compiere gioiosamente in ogni circostanza il dovere di vivere. Il quale, è chiaro, per chi intenda a fondo le cose, non è già dovere duramente costruttivo, ma appunto rivelazione di quell’amabile verità che deve essere realizzata.

Certo è solo questa serena coscienza di una verità e di una gioia, che accompagnano immancabilmente la vita, che dà significato e valore ad ogni vicenda lieta e triste e, inserendo appunto ogni esperienza nell’assoluto e nell’eterno, in cui essa è per essere nella verità, toglie l’inganno del tempo che travolge ogni cosa, perché, quello che è stato nella verità, è.

Per ciò è bello vivere”.

                                            Aldo Moro

 

 

APPENDICE

Ho aggiunto, brevemente, alcune note essenziali (con acclusa una piccola bibliografia) cercando di spiegare, almeno parzialmente, alcune cose ognuna delle quali risulta essere molto complessa. Per una completa e chiara estrinsecazione dei concetti trattati sarebbe necessaria una discussione molto più ampia. Per amore di verità ho cercato comunque di accennare fugacemente alcune nozioni generali per rendere più fruibile la lettura di questa mia tesi. Nozioni, ripeto, del tutto insufficienti a disquisire la totalità di alcuni temi, ma almeno semplificatrici al fine di una più generale comprensione degli argomenti trattati.

 

 

 

 

 

NOTE

 

1 Tao Te Ching: «La parola Tao non ha un equivalente nella nostra lingua. Si potrebbe tradurre “la via”, oppure “il modo in cui opera l’universo”; ma nessuna traduzione è del tutto soddisfacente. È giusto comunque che il termine rimanga enigmatico, poiché l’idea che esprime è proprio quella del mistero di fondo: noi sappiamo che la vita e l’universo hanno un’origine, ma la natura e la profondità di questa origine vanno al di là della nostra comprensione.

Quanto all’altra parte del titolo, Te potrebbe essere tradotto come “bontà”, “virtù” e “natura”; e Ching significa “libro”, “sutra” o “scrittura” (…)».

 

Lao Tzu: «(…) Il suo nome viene generalmente tradotto come “il vecchio saggio” o “il vecchio ragazzo”. La mia versione personale potrebbe essere l’ “antico bambino”, un’espressione che suggerisce quella combinazione di saggezza e di spontaneità che la sua filosofia incarna. (…)

Secondo la leggenda, Lao Tzu era il custode degli archivi imperiali in quella che oggi è la Cina, sotto la dinastia dei Chou, circa ventisei secoli fa. Durante un periodo di disordine e di caos, egli decise di abbandonare la civiltà e di andare a vivere da solo sulle montagne. Quando si presentò alla porta della città, a dorso di un bue, fu fermato dalla guardia. L’uomo, apprese le intenzioni di Lao Tzu, lo pregò di lasciare qualche insegnamento scritto, a beneficio degli altri. E così, dice la storia, venne alla luce il Tao Te Ching.».

Di Lao Tzu Confucio disse: “Degli uccelli so che hanno le ali per volare, dei pesci che hanno le pinne per nuotare e degli animali selvatici so che hanno le zampe per correre. Per le zampe ci sono le trappole, per le pinne le reti e per le ali le frecce.

Ma chi sa come fanno i draghi a cavalcare venti e nuvole per salire in cielo? Oggi io ho visto Lao Tzu ed egli è un drago”.

 

(Questa parte iniziale della nota1 dalla prefazione di Brian Browne Walker al “Tao Te Ching” di Lao Tzu, edizioni Mondadori).

 

Taoismo: «In genere si fa una distinzione tra il taoismo filosofico di Lao Tzu (VI-V secolo a.C.) e di Chuang Tzu (IV secolo a.C.), nonché in tono minore di Lieh Tzu, e il taoismo religioso che giunse a svilupparsi nei secoli successivi, incarnandosi in diverse sette e organizzandosi come un culto popolare, dotato di un canone di scritture, di un pantheon di dei, di sacerdoti, di santi (l’Imperatore Giallo, i Maestri Celesti, gli Otto Immortali, i Sette Saggi ecc.) di templi, di monasteri, di rituali, di spiriti protettori, di demoni e di varie pratiche magiche. Lo stesso Lao Tzu fu deificato come uomo primigenio e fu venerato in vari templi (…)».

 

(Tratto dalla postfazione di Claudio Lamparelli al “Tao Te Ching” di Lao Tzu, edizioni Mondadori).

 

Tao: «(…) Colui che conosce il Tao raggiunge l’origine del mondo, la realtà ultima; e colui che raggiunge la realtà ultima ottiene la vera conoscenza e il dominio sulle cose.».

 

(Tratto dall’introduzione di Claudio Lamparelli a “Chuang Tzu. La Calma”, edizioni Mondadori).

 

 

2 Stili esterni e stili interni: «(…) Secondo la maggior parte dei maestri di Taiji Quan, la distinzione fra le due scuole corrisponde a quella fra “lavoro interiore” (Nei Gong) e “lavoro esteriore” (Wai Gong), distinzione apparsa in varie opere sugli esercizi di longevità sotto la dinastia dei Ming (1368-1644). Infatti, mentre le tecniche della scuola esoterica (stili interni n.d.r.) insistono maggiormente sul lavoro interiore tramite il controllo del respiro, le tecniche della scuola exoterica (stili esterni n.d.r.) si basano piuttosto sullo sforzo muscolare. Ma tale spiegazione è tuttavia insufficiente, se non addirittura inesatta, in quanto le tecniche della scuola exoterica non tralasciano completamente il lavoro interiore. (…)».

 

«(…) Le tecniche di combattimento a mani nude sono divise in due scuole: la scuola exoterica (Wai Jia) e la scuola esoterica (Nei Jia). Di quest’ultima si ritiene faccia parte il Taiji Quan, insieme ad altre due tecniche definite “Boxe del corpo e del pensiero” (Xingyi Quan) e “Boxe degli otto trigrammi” (Bagua Quan). Queste  due scuole sono collegate a due centri religiosi famosi in Cina: il Tempio Shaolin e il Monte Wudang, centro taoista molto fiorente dalla dinastia dei Song in poi. I maestri usano indifferentemente le definizioni di scuola exoterica e scuola esoterica oppure di corrente Shaolin e corrente Wudang.».

 

(Entrambi questi estratti sono presi da “Taiji Quan. Arte marziale tecnica di lunga vita”, di Catherine Despeux, edizioni Mediterranee).

 

Per quanto riguarda gli stili interni ci terrei solo ad aggiungere che a livello simbolico il Taiji è rappresentato dalla curva, il Bagua dal cerchio e lo Xingyi dalla linea.

 

 

3 Isness: Qui il discorso è vastissimo, consiglio la bibliografia completa di Ramtha (edizioni Macro) o, almeno, il libro “Dio in te. La divinità dimenticata. The white book” di Ramtha, edizioni Macro.

 

 

4 Wing Chun: La leggenda narra che circa 300 anni fa, durante l’assedio del Monastero di Shaolin da parte dei soldati Manchu, scoppiò un incendio che distrusse completamente il monastero ed uccise la maggior parte dei suoi abitanti.

Solo pochi esperti di arti marziali riuscirono a salvarsi e si trasferirono, vivendo sotto falso nome, in altri luoghi.

Tra questi vi era Ng Mui, una dei cinque anziani del monastero. La monaca buddista si trasferì su una montagna confinante con la provincia di Szechwan (in Cina).

Per vendicarsi di questa catastrofe, messa in atto da dei traditori, la monaca perfezionò un sistema di combattimento che, pur provenendo dal metodo Shaolin, fosse in grado di sconfiggerlo (usando a proprio vantaggio i punti deboli dello stile esterno).

Una volta compiuta la sua vendetta, la monaca Ng Mui, insegnò questo sistema di combattimento ad una ragazza di nome Yim Wing Chun.

Il nome di questa ragazza significa “eterna (o radiosa) primavera”.

Non abbiamo alcuna certezza che questa sia la realtà dei fatti, potrebbe anche essere solo una leggenda.

C’è chi sostiene che il Wing Chun sia, per così dire, la punta dell’iceberg del Taiji Quan.

Probabilmente, si può supporre, che maestri di Taiji abbiano “compresso” una gran parte dell’efficacia della loro arte marziale in un sistema di combattimento altamente funzionale ed, appunto, efficacissimo.

Pur avendo un’origine di stampo buddista, in quanto proveniente da Shaolin, si definisce il Wing Chun uno stile interno quindi taoista. Questo perché i principi di combattimento utilizzati nel Wing Chun (come cedere, assorbire la forza avversaria, non opporre la propria forza a quella dell’avversario…) così come un’ “attiva passività” caratteristica nella manifestazione di specifici movimenti (reazioni o deformazioni riflesse) mostrano come la natura filosofica taoista si trovi alla base di questo sistema.

In questo sistema ci sono quattro principi fondamentali di combattimento:

 

  • Se la via è libera, avanza!
  • Se la via non è libera, attaccati al tuo avversario!
  • Se la forza dell’avversario è superiore alla tua, cedi!
  • Se l’avversario indietreggia, seguilo!

 

E quattro principi riguardanti la forza:

 

  • Liberati della tua forza.
  • Liberati della forza dell’avversario.
  • Usa la forza dell’avversario contro di lui.
  • Aggiungi la tua forza a quella dell’avversario.

 

 

5 Propriocezione: Capacità di percepire e riconoscere la posizione del corpo e degli arti nello spazio, indipendentemente dalla vista, sia durante il mantenimento di posture statiche che durante il movimento.

Essa è dunque un complesso meccanismo neurofisiologico che assume un ruolo fondamentale nel controllo del movimento e della stazione eretta.

Tale meccanismo è reso possibile dalla presenza di specifici recettori, detti propriocettori, sensibili alle variazioni delle posture del corpo e dei segmenti corporei, che inviano i propri segnali a particolari aree del cervello.

I propriocettori si distinguono in fusi neuromuscolari (situati nei muscoli che avvertono le variazioni di lunghezza muscolare), apparati tendinei del golgi (situati a livello dei tendini i quali registrano le variazioni di tensione muscolo-tendinea), recettori capsulari (presenti nelle capsule articolari e nei legamenti, sensibili alle variazioni di lunghezza e tensione di queste strutture) e recettori cutanei (presenti a livello cutaneo, sensibili a stimoli pressori e tattili e alle vibrazioni).

Insieme ad altre aree del corpo specializzate (apparato vestibolare, cervelletto ecc.) la propriocezione contribuisce a garantire l’equilibrio, la stabilità, la corretta coordinazione e la corretta esecuzione dei movimenti.

L’efficacia di ogni gesto che compiamo, da quello più semplice nella vita di tutti i giorni, a quello più complesso (ad esempio un gesto sportivo) è garantita da questi sofisticati meccanismi neurofisiologici.

Riportando questo discorso nell’analisi del combattimento corpo a corpo si evince che la risposta motoria che avviene attraverso uno stimolo propriocettivo sarà di gran lunga più veloce di quella che avviene attraverso uno stimolo esterocettivo (la vista).

I propriocettori utilizzano le vie di trasmissione nervose che sono più veloci ad inviare le loro informazioni di quanto possano essere le informazioni inviate da una componente esterocettiva.

Il riflesso visivo prevede un percorso più lungo, in quanto deve elaborare un  numero considerevolmente alto di informazioni.

L’elaborare una così vasta gamma di stimoli (identificazione, classificazione ecc.) richiede un tempo maggiore di quanto ne sia necessario per elaborare un minor numero di dati.

Quindi, in conclusione, i riflessi nel combattimento che sono attivati dalla sensibilità alla pressione sono molto più veloci dei riflessi attivati dalla vista.

Resta chiaro che queste capacità vanno sviluppate ed allenate in quanto altamente specifiche.

 

BIBLIOGRAFIA

 

– “Tao Te Ching” di Lao Tzu, edizioni Mondadori.

 

– “Chuang Tzu. La Calma”, edizioni Mondadori.

 

– “Taiji Quan. Arte marziale tecnica di lunga vita”, di Catherine Despeux, edizioni Mediterranee.

 

– “Xing Yi Quan. La più antica arte marziale interna cinese”, di Sun Lu Tang,  Luni editrice.

 

– “L’arte della pace” di Morihei Ueshiba, a cura di John Stevens, edizioni Mediterranee.

 

– “Il mago di Giava” di Kosta Danaos, edizioni Il Punto d’Incontro.

 

– “Nei Kung” di Kosta Danaos, edizioni Il Punto d’Incontro.

 

– “Logica del combattimento individuale” di Keith R. Kernspecht, edizioni Wu Shu.

 

– “Jeet Kune Do” di Bruce Lee, edizioni Mediterranee.

 

– “Dio in te. La divinità dimenticata. The white book” di Ramtha, edizioni Macro.

 

– “Lo stato di diritto” di Aldo Moro, Cacucci editore.

 

– “Al di là della politica e altri scritti. «Studium» (1942-1952)”, di Aldo Moro, a cura di Giorgio Campanini, introduzione di Giovanni Battista Scaglia, edizioni Studium Roma.

 

 

 

 

 

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