“L’amore per Aldo Moro rimane vivo nel cuore della gente semplice”

Il ricordo del nipote Luca Moro, a 48 anni dalla strage di via Fani: “Il nonno ha messo le persone prima di se stesso. In tempi di campagna referendaria, vorrei ricordare una sua riflessione da giovane costituente, quanto mai attuale: ‘Il valore della civiltà si desume in modo notevole dalla giustizia che essa riesce a promuovere e a realizzare’”.

 

Quarantotto anni fa il rapimento di suo nonno, Aldo Moro. A distanza di tempo, sente ancora alta, da parte dell’opinione pubblica e del mondo politico, la sensibilità verso il suo sacrificio?

Sicuramente l’amore per Aldo Moro rimane vivo nel cuore della gente semplice, che sa che cosa ha significato il suo sacrificio per loro, perché il nonno ha messo le persone prima di se stesso.

La morte di suo nonno Aldo Moro è stata da molti descritta come il sacrificio di un uomo che si era opposto a quei poteri forti che volevano organizzare il mondo solamente intorno ad interessi economici. Crede che il suo sacrificio sia stato inutile? E chi oggi potrebbe avere quel suo stesso ruolo di allora?

Un sacrificio di quel genere non è mai inutile. Temo che piano piano inizino a non esserci più persone disposte a sacrificare la propria vita per il proprio Paese. Vuol dire che i paesi non hanno più qualcuno pronto a sacrificarsi per loro. Però i pacificatori e i costruttori di pace, a un certo punto della storia, tornano sempre, quindi comunque la speranza rimane. Però le persone dovrebbero farsi parte diligente, Aldo Moro non andava lasciato morire in nessun modo. L’assenza degli Aldo Moro porta al mondo attuale, diviso tra guerre e individualismo mentre figure come lui portavano l’unità.

Il 16 marzo, in via Fani, furono assassinati i cinque agenti della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. La loro fedeltà a Moro era stata già dimostrata in precedenza da un nobile gesto…

Il nonno voleva trasferire gli agenti della scorta per tutelarli, perché avvertiva che il suo momento iniziava ad arrivare. Ma loro si sono rivolti tutti a mia nonna chiedendole di non essere trasferiti, non volevano lasciarlo morire solo. L’amara ironia della sorte è che la scorta è morta a via Fani e il nonno è morto comunque da solo, in un altro momento e in altro luogo.

Il 16 ottobre 1947, intervenendo nel dibattito sull’introduzione del referendum nell’ordinamento italiano, un giovane Aldo Moro difese strenuamente questo istituto, che altri non volevano, perché fosse il momento privilegiato in cui il popolo stesso può pronunciarsi esplicitando direttamente “l’evoluzione della coscienza pubblica”.  “Ammettere il referendum significa ritenere la possibilità di questo disaccordo – spiegava -, la possibilità di questa minore comprensione da parte delle Camere nei confronti di una evoluzione della coscienza pubblica”.

Le parole del nonno sono sempre illuminanti e questa sua definizione, da giovane costituente, ci dice oggi più che mai che cosa sia il referendum, di quanto sia importante per le persone di adesso, a una settimana dal voto, perché sono le persone direttamente che devono scegliere guardando il merito della proposta, non è il partito che deve dettare la linea, sono le persone che votano fuori dal discorso partitico, votano per loro stesse, non è una campagna elettorale, è la libertà di scelta della gente che deve votare secondo il proprio cuore e non per forza secondo le indicazioni del partito. E questa è la volta che devono usare il cuore unito alla testa, perché quel voto che stanno esprimendo lo esprimono per loro. Di Aldo Moro costituente e della giustizia vorrei ricordare un’altra riflessione quanto mai attuale: “Il valore della civiltà si desume in modo notevole dalla giustizia che essa riesce a promuovere e a realizzare”. Quindi, ben vengano, finalmente, passi avanti verso un processo più giusto.

Suo nonno aveva un profondo legame con i giovani, li ascoltava come professore universitario, li sosteneva come uomo politico. E’ stato loro amico e interlocutore. Nel ‘68 scriveva di “comprendere il loro desiderio di cambiare il mondo” ma al tempo stesso li esortava a “non disprezzare tutto ciò che è stato fatto”. Che cosa direbbe Aldo Moro ai giovani di oggi?

Quello che diceva ai giovani di allora ai quali insegnava all’università. Durante i primi anni in cui insegnava filosofia del diritto a Bari, lui iniziava tutte le sue lezioni dicendo: “Ogni persona è un universo” e questo significa tante cose. Innanzitutto che ogni persona è un mondo a parte e che quindi, dal suo punto di vista, tutti sono degni di amore. La parola ‘uni-verso’ è un altro modo per dire che Dio è in ognuno di noi e che, nella sostanza, seppure tantissimi, siamo tutti uno.

“Se ci fosse luce sarebbe bellissimo” scriveva Aldo Moro a sua moglie Noretta, nell’ultima lettera, esprimendo una straordinaria capacità di credere sempre e comunque che esista, da qualche parte, una speranza. Oggi, con il mondo diviso in guerre crescenti, possiamo ancora credere che esista la possibilità di una luce?

La possibilità della luce c’è sempre, dipende solamente dalla scelta delle persone. Se scelgono la luce o se scelgono il buio. Se in una stanza completamente buia si accende un cerino, il cerino fa luce e ne fa tanta. Voglio dire che basta poco per passare dal buio alla luce, ma bisogna volerlo.

Due anni fa è venuta a mancare sua madre, Maria Fida Moro, dopo una vita dedicata fino all’ultimo giorno alla battaglia per la verità. Qual è l’eredità maggiore che le ha lasciato il suo esempio?

È il coraggio di farcela, nel senso di riuscire a combattere una battaglia che, apparentemente, sembra persa in partenza. Inoltre, una eredità grandissima che mi ha lasciato Maria Fida è stato avermi insegnato a fronteggiare le emergenze, venendo da una vita che è tutta una guerra. E, nonostante, tante difficoltà, essere sempre tanto allegri, positivi e solari. In sintesi, mi ha insegnato la gioia di vivere. Lei era così.

I lavori della seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro si sono conclusi nel 2017 evidenziando incongruenze rispetto al memoriale Moretti e delineando nuovi possibili scenari. Al tempo stesso, però, la Commissione ha nuovamente secretato alcuni documenti. Un’occasione persa?

La seconda commissione Moro ha fatto un lavoro notevole, scoperchiando alcuni aspetti ancora oscuri e andando avanti sul lavoro per la verità giuridica. Ritengo che sia stato importante che sia stata fatta perché è un atto dovuto da parte dello Stato. L’incongruenza della Commissione sta nel fatto che, pur avendo svolto un lavoro importante, poi lo hanno secretato. Io ne capisco le motivazioni, legate a una sorta di pericolosità ancora persistente, ma non posso non evidenziare che la verità giuridica su come è andata realmente la vicenda è per le persone che l’hanno vissuta, ancor prima che per le generazioni future. Io sono a favore della Commissione, Maria Fida era a favore della Commissione, ritengo che ogni cittadino italiano debba essere a favore della Commissione. Mi vengono, invece, dubbi riguardanti tutti quelli che erano contro, perché è sospetto essere contro una cosa che cerca e trova la verità.

Esiste attualmente, o potrebbe esistere in futuro, un erede politico di Aldo Moro?

Non so se potrà mai esistere un erede politico di Aldo Moro, nel senso che ogni persona è un universo e, quindi, siamo tutti diversi e un altro Aldo Moro credo sia veramente difficile da trovare. Nel mio animo ritengo che ci siano poche persone che abbiano davvero e profondamente imparato l’insegnamento di Aldo Moro, umano, politico, sociale, giuridico e spirituale. Molti di loro non ci sono più. Per quello che ho visto e vissuto, posso dire che l’onorevole Lorenzo Cesa ha capito davvero chi fosse Aldo Moro e che cosa ha lasciato. Avendo imparato il suo insegnamento, lo mette in pratica nella vita e nella politica. Era amico di mia madre, Maria Fida, e ha continuato ad essere presente anche dopo la sua scomparsa. Una cosa rara, perché nella vita a Maria Fida è stato fatto di tutto, mentre l’onorevole Cesa ci ha sempre messo, e continua a metterci il cuore, sia nei nostri confronti che nel suo impegno politico.

Di quale, tra i numerosi insegnamenti di Aldo Moro, ritiene che la società attuale avrebbe più bisogno?

L’amore, la capacità di amare incondizionatamente. Durante i cinquantacinque giorni del rapimento è stata celebrata la Pasqua, sono sicuro che mio nonno ha dato la mano e gli auguri a tutti i carcerieri. Tutto fatto con il cuore.

Che cosa direbbe a suo nonno Aldo Moro, se fosse qui ora davanti a lei?

Gli direi: “Sono contento che non puoi vedere la deriva politica nel mondo”.

Non vede speranza per questo mondo e per chi cerca la verità?

C’è speranza e c’è speranza per la verità. Vorrei dedicare un pensiero di Maria Fida, che lei mi ha sempre rivolto nell’arco della vita per darmi coraggio e per confortarmi, a tutte le persone che si espongono in nome della verità. Ci tengo a sottolineare che la parola ‘verità’ è la più citata da Aldo Moro in assoluto, nei suoi scritti e negli interventi pubblici. Esporsi per la verità costa un prezzo altissimo, si viene ostacolati, osteggiati, calunniati, fino ad essere ammazzati. Sembrerebbe una battaglia persa in partenza. Invece è l’unica battaglia vera che vale la pena combattere. E quindi a tutti loro dedico le parole di Maria Fida: “Vince chi si rialza una volta di più del proprio avversario”. E per concludere vorrei dire una cosa, come avrebbe potuto dire il nonno Aldo Moro: “Non c’è via che conduca alla pace, la pace è la via”.